domenica 20 maggio 2012

Lavatrici et al.

Ad un certo punto del nostro percorso, prima di poter dire che eravamo veramente sistemate a BS, avremmo dovuto affrontare il discorso lavatrice. Soprattutto perché, nonostante il gelo polare che si trova tutto l’anno credo qui a BS, i giorni del nostro arrivo erano, naturalmente, atipicamente caldi ed afosi. Di conseguenza, avevamo consumato una discreta quantità di vestiti puliti, cercando invano di capire come ci si doveva vestire per non sudare le mitiche 7 camicie. In questa ricerca avevamo nel frattempo combinato qualche perla, per esempio abbiamo lasciato fuori dalla finestra della nostra nuova e luminosa abitazione gli scarponcini adatti per scalare l’Himalaya (con cui eravamo partite per arrivare in una Germania soleggiata) per lasciare che prendessero un po’ di aria. Ecco, quella sera è piovuto come si dice in inglese cats and dogs; inutile dirvi che al nostro ritorno negli scarponcini himalayani ci abbiamo trovato dei pesciolini rossi che facevano le gare di nuoto. Altrettanto inutile specificare che il giorno dopo è tornata la temperatura media di 6°C per cui sarebbero state le uniche scarpe adatte ma inutilizzabili.
Bene, vi stavo dicendo che nostro malgrado saremmo dovute scendere nei sotterranei (che in realtà sui pulsanti degli ascensori corrisponde al piano 3°, non chiedeteci perché) a fare un carico di lavatrice nonché asciugatrice. Arriviamo in un parcheggio e riusciamo a trovare la stanza “a fiuto”. Letteralmente: i bocchettoni delle asciugatrici infatti sparano nel parcheggio dei geyser aromatizzati al bucato.
Avevamo già superato l’impresa di ottenere la MensaKard, che qui a BS ti dà una specie di ius vivendi, quindi non poteva essere una cosa troppo complicata. Errato!!! Scendiamo con il nostro carico di vestiti da lavare, munite di MensaKard e detersivo. Apriamo il portone blindato che separa gli ambìti  elettrodomestici dal resto del mondo per entrare in una grande stanza lugubre nonostante i neon. Constatiamo che le macchine sono un po’ vecchiotte, non pulitissime, ma fa tutto parte dell’esperienza di vivere in un luogo inesistente. Scegliamo con cura la lavatrice, ci infiliamo dentro allegramente i nostri vestiti e…la prossima mossa sarebbe stato scegliere un programma.
…
Non ci posso credere!!! In una casa dello studente, dove su 1500 abitanti avremmo incontrato si e no 4 tedeschi e mezzo, tutti i programmi, istruzioni, tecniche di pagamento sono in tedesco!
A questo punto ci siamo affidate alla scienza: abbiamo scelto un programma non troppo lungo e a temperature poco elevate (almeno minuti e gradi sono universali) per lavare un miscuglio di colori e tessuti. M. versa una quantità media di detersivo, almeno nn ci si sbaglia. Pigia start. Silenzio. Ripigia start. Parte il ciclo di centrifugazione della macchina accanto. Ripigia? Niente. Ok, vorranno i soldi. Giusto, prima paghi poi la macchina parte. Bene, dove si paga? Ah, ecco due macchinette tipo quelle del tram attaccate alla parete, IDENTICHE TRA LORO (se non per una minuscola scritta in tedesco che noi abbiamo ignorato). 
D. infila la MensaKard in una macchinetta a caso che le comincia a fare domande molto complicate in tedesco. L’istinto le dice di pigiare ok. Parte una macchina, peccato sia un asciugatrice dall’altra parte della stanza. Il beep della macchinetta l’avverte che sono stati scalati i soldi per il ciclo di asciugatrice che ha fatto partire. Eh? Asciugatrice?! No, aspetta!!!  Adesso diventa chiaro che quella minuscola scritta serviva a capire che una macchinetta era dedicata alle asciugatrici e l’altra alle lavatrici. Bene. D. riesce a far partire la lavatrice dei loro vestiti – e non un’altra a caso, cosa non scontata – e se ne vanno.
Al loro ritorno, passato più o meno il tempo del ciclo, trovano tutte le asciugatrici occupate. Comincia allora la staffetta tra il piano 3° dell'edificio 3 al piano 10° dell’edificio 4, con intervalli di mezz’ora circa. Finalmente una macchina si libera e D.&M., sempre per il metodo scientifico adottato sopra, scelgono un programma medio: non troppo lungo, non troppo caldo.
I vestiti sono usciti mezzi. Non da strizzare ma quasi.
Da allora, noi consigliamo sempre il programma Extratröcknen. I vestiti magari richiedono una dieta da parte tua, ma almeno sono asciutti.

Il cielo in una stanza


Avete presente quando sei al decimo piano e domini le costruzioni più alte e nessuno ti sovrasta? Avete presente quanta luce entra da due finestre 2mX2m in una stanza che non sarà nemmeno 15?
Ma soprattutto…avete presente a che ora sorge il sole in primavera in Germania?
Bene, mettete tutto insieme e scoprirete che, se avete il sonno un po’ leggero, più o meno alle 5 di mattina c’è già la luminosità di mezzogiorno intorno a voi. Mai vista tanta luce. Il campeggio in confronto è l’oscurità più totale.
M. la prima mattina si sveglia più o meno alle 4 incredula e guarda D. che, indisturbata, se la dorme di gusto. Primo pensiero del terzo giorno: urge una soluzione.
M. c’è già passata, più o meno alla stessa latitudine, ma non dormiva in mezzo al cielo.

Il giorno seguente si va all’Ikea, mancavano tutto il necessarie per la cucina. M. e D. vedono delle tende stile teatro, blu, le più scure in assoluto, e le comprano insieme ad altre cose.
Morale della favola: ogni sera M. si arrampica sul termosifone e cerca sempre nuove tecniche per il fissaggio delle stesse mentre D. la sostiene da dietro sapendo benissimo che il primo giorno che non lo farà, l’altra cadrà di sicuro.

2 Maggio 2012 Secondo giorno: la casa


Secondo giorno. Ci svegliamo, occhiatina alla finestra. Vestiti. Sbagliati. Un solo pensiero: colazione. Ci addentriamo nella saletta della colazione e si apre davanti ai nostri occhi una sfilata di panini salumi affettati formaggi yogurt marmellate succhi uova. Colazione tedesca. Cominciamo a prendere un po’ di tutto, abbiamo sul tavolo dolce e salato indistintamente distribuito. Indistintamente cominciamo a mangiarlo. Ometto e lascio immaginare la “cosa” che ci offrono spacciandola per caffè. Da oggi in poi la chiameremo brodaglia.
Raccogliamo le forze, abbiamo un piano anche oggi.
Il capitolo stanze non verrà inserito, accenno solo al fatto che da gennaio abbiamo inviato a tappeto mail a tutti gli indirizzi privati e a tutte le case dello studente, compilando form dei più svariati, ma che hanno sempre prodotto un risultato nullo, nonché un crescente sconforto. Fine della storia. Adesso avevamo delle stanze assegnate dalla segreteria tedesca in due studentati differenti.
M. a una settimana dalla partenza, colta da “spirito italiano”, cerca il contatto della responsabile alloggi in un terzo studentato, più vicino al centro e meno costoso e manda una mail scavalcando le pratiche dei Form. Non spera davvero in una risposta “capirai so’ tedeschi” pensa, invece con grande sorpresa viene contattata.
Ultima casa. Per due. 26,6 mq. Non si capisce se è una stanza sola o se sono due; chiede se è possibile averla per giugno-luglio ma viene rigidamente respinta con un “ho trovato questa casa per i tre mesi che lei ha indicato. È l’ultima. Tra dieci minuti esco dall’ufficio, sarò in ufficio il 2 Maggio dalle ore 6:00”
Ricordo la festa più festa che ci sia del primo maggio in germania.
M. è sconvolta, non sa bene se dal fatto che la signora Sabine G. le abbia risposto imperterrita in tedesco o se dall’orario di lavoro della suddetta. Non ci pensa.
Parte quindi con due case in ballo, senza sapere con certezza alcunché di entrambe.
Serve un piano.
Riunione a colazione, si stabiliscono compiti e ruoli. Si è aggiunta da ieri la variabile valigia di S. che non sappiamo dove sia e quando la recapiteranno.
Prima dobbiamo impossessarci delle chiavi delle stanze.
Prima si va all’ufficio dell’appartamento dei 26,6 mq, chiediamo di persona se possiamo fissarlo per gli ultimi due mesi, poi andiamo all’altro ufficio (in un altro edificio, in un’altra strada - troppo facile se fossero stati gli stessi-), prendiamo le chiavi ai ragazzi che arriveranno la sera, chiediamo se possiamo non firmare il contratto, chiediamo se possiamo stare 4 settimane invece di 6, chiediamo altre centocinquantasei informazioni che con gli zuccheri della colazione tornano in mente.
Poi si pensa alla valigia. Ah già, le nostre valigie. Chiediamo alla signora della colazione se ce le può tenere. La signora parla solo tedesco.
Non importa, a gesti glielo chiediamo, dice di si, speriamo di aver capito. Si parte.
E da qui, con temperatura ascendente, i nostri stivaletti da montagna, golf di lana e cappotti, cominciamo la disperata traversata tra gli uffici.
È una lotta impari tra noi e la burocrazia tedesca. Si trasforma in una specie di staffetta in cui ogni volta acquistiamo un’informazione e ne perdiamo due; in cui ogni volta il passo diventa un po’ più lento e la convinzione manca.
Alla fine prendiamo le chiavi agli altri ragazzi, non firmiamo e ci rechiamo dall’altra parte per vedere la casa (di corsa, perché è un caso che si possa vedere).
Ci disperdiamo anche tra noi, per rendere tutto più complicato: I. e S. si recano al Weststadt ad intercettare la valigia dispersa.
Nel frattempo è sopraggiunta l’ora di pranzo, ma noi non possiamo arrenderci e procediamo ad intuito verso il famigerato Studentwohnung.
Ci avviciniamo ad una costruzione che ha tutta l’aria di essere stata impiantata all’incrocio tra Rebenring e Lampestrasse direttamente da un libro sulla storia sovietica di qualche decennio fa.
Suoniamo, saliamo. Ci danno una chiave di un appartamento al decimo piano (e chiaramente in fondo al corridoio).
Davanti alla porta D. esclama “Speriamo sia luminoso”. Non l’avesse mai detto.
Entriamo e ci basta un secondo per abbracciare con lo sguardo tutta la casa. Come entri è finita. Non ci diciamo niente. Ci sediamo una sul letto nel living room e una sulla sedia. Due finestre in una stanza e due nell’altra. Ciascuna 2mX2m.
Luminosa è luminosa.
Da sedute vediamo solo il cielo e l’ultima striscia dei tetti della città. Pale eoliche all’orizzonte. Campanili. Bello, pensiamo.
È piccolo, costa meno, è più vicino, ma è una doppia. Un po’ scomoda per la condivisione. In trenta secondi ci immaginiamo i nostri movimenti li dentro, ipotizziamo di mettere entrambi i letti nella camera, meglio avere due ambienti e dormire in doppia.
Silenzio.
Ci guardiamo intorno, ipotizziamo l’ipotizzabile.
La spinta finale è data dal pensiero che dobbiamo sempre prendere le valigie all’albergo e che, nel caso avessimo accettato non quella ma l’altra casa, dopo sei settimane avremmo di nuovo dovuto traslocare. Senza sapere dove.
Va bene, o la va o la spacca. 
Decidiamo che ci meritiamo un pranzo e una birra in centro, nel quale ancora non abbiamo messo piede. Alle 16 noi pranziamo e probabilmente qualche tedesco sta cenando.
Ci diamo appuntamento con le altre all’albergo e, di nuovo con le valigie alla mano, ci trasciniamo dalla parte opposta dove queste valigie, non vediamo l’ora di sistemarle.
Di nuovo cariche come muli attraversiamo la città, trasciniamo tutte le nostre cose e arriviamo all’ambita meta. Sembra fatta.
Sembra.
Mancano ancora le chiavi da distribuire agli altri ragazzi (appuntamento in piazza alle 10), la scatola con alcune cose (tipo le lenzuola) che arriva con la macchina e tre colleghi (vorrei sottolineare che con la macchina ci hanno impiegato un tempo minore del nostro per arrivare).
Mancano ancora, soprattutto, cibo e vettovaglie.
Cena fredda. Corsa all’appuntamento, saluti risate racconti brevi, letto.
Abbiamo fatto un numero di cose che normalmente si fa in sei settimane, noi siamo qui solo da due giorni.
Si va a letto. Buonanotte.
APM Studentwohnung