giovedì 24 maggio 2012

Biciclette

Dopo quattro giorni di caldo afoso, condizioni impietose per le nostre corse su e giù per BS, arriva il momento in cui decidiamo di andare al Flohmarkt (mercatino delle pulci, ovvero di roba indistintamente usata e anche rotta). In questo mercatino vi sono dei turchi (?)/polacchi (??) che vendono biciclette usate – non facciamo troppe domande.
Bene, di sabato mattina ci presentiamo all’appuntamento con l’allegra brigata di italiani per andare insieme al Flohmarkt, due fermate di tram, nel parcheggio accanto al Circo Roncalli. Per la prima volta dal nostro arrivo fa freddo, è il 5 maggio e facciamo tutti delle nuvolette con il respiro. Inoltre piove quella pioggerellina fine e sospesa per  cui sembra inutile aprire l’ombrello ma in realtà mentre cammini ti infradici completamente. Questo è vero se sei italiano. Se invece per caso sei tedesco, hai un gene idrorepellente che ti permette di sostare all’aperto in tutte le condizioni meteorologiche senza patire il freddo/l’umido/la pioggia battente. D’altronde, se i nostri amici germanici si facessero influenzare dal tempo costituirebbero la popolazione meno produttiva d’Europa e non il contrario, per cui, nel tempo, hanno subìto delle mutazioni genetiche che permette loro di sopravvivere in questo clima. Non c’è altra spiegazione.
Dunque arriviamo al Flohmarkt e ci dirigiamo a gruppetti verso i vari venditori di biciclette sistemati nel parcheggio. Qualcuno trova una bici a € 15, manca solo la luce, e i freni devono essere stretti. Qualcun altro la trova a € 20, peccato non ci sia il sellino. Vi domanderete, data la provenienza dei venditori, come facevamo a capire la richiesta iniziale. È ovvio, un ritorno alle origini del mercato: prezzi scritti nel terriccio del parcheggio con un sasso. Il turco/polacco scrive la sua proposta, tu cancelli e ribatti la tua. Sotto la pioggia, però (a noi piace sempre operare con più gradi di difficoltà, ci tempra).
 M. fa un giro e trova una bici verde acqua con dinamo rotta a € 15, la prende non troppo curante del fatto che non tocca e speranzosa di imparare senza troppe cadute ad utilizzare il freno a pedale. S. prende una fantastica graziella rossa pieghevole, sellino ballerino e niente luci. D. fa un altro giro, ne trova una altezza giusta ma senza catena, una a prezzo giusto ma troppo alta, una così così senza manubrio. Decide di andarsene senza bici, girerà per BS a piedi e tornerà la settimana prossima al Flohmarkt. Inconsapevolmente compie una gesto molto convincente nella trattativa in corso poiché il turco le urla dietro, richiamandola verso le sue biciclette. D. non capisce ma torna lì, magari ne avevano una tutta aggiustata nascosta! No, ma le cambiano il sellino alla bici che era troppo alta. È sempre alta, ma almeno adesso tocca i pedali. La dinamo non c’è, il cavalletto nemmeno, ma le camere d’aria sembrano poter sopravvivere tre mesi sulle piste ciclabili perfette di BS. Va bene, la prende.
Adesso, con l’eccezione di sole due o tre persone del gruppo, abbiamo tutti una bici. Menomale, da ora in poi sarà molto più agevole spostarci da una parte all’altra di BS. O almeno così credevamo.
Nelle due settimane successive il Flohmarkt, S. è caduta due volte, ad un’altra S. è scoppiata la camera d’aria due volte, a G. hanno riparato un buco sulla gomma che continuava a ripresentarsi e a I. hanno (ri)rubato il suo bolide, scelto con tanta cura.
D.&M. per adesso hanno solo speso di più per i lucchetti che per le bici. Ma vi terremo aggiornati con le dita incrociate.

domenica 20 maggio 2012

Lavatrici et al.

Ad un certo punto del nostro percorso, prima di poter dire che eravamo veramente sistemate a BS, avremmo dovuto affrontare il discorso lavatrice. Soprattutto perché, nonostante il gelo polare che si trova tutto l’anno credo qui a BS, i giorni del nostro arrivo erano, naturalmente, atipicamente caldi ed afosi. Di conseguenza, avevamo consumato una discreta quantità di vestiti puliti, cercando invano di capire come ci si doveva vestire per non sudare le mitiche 7 camicie. In questa ricerca avevamo nel frattempo combinato qualche perla, per esempio abbiamo lasciato fuori dalla finestra della nostra nuova e luminosa abitazione gli scarponcini adatti per scalare l’Himalaya (con cui eravamo partite per arrivare in una Germania soleggiata) per lasciare che prendessero un po’ di aria. Ecco, quella sera è piovuto come si dice in inglese cats and dogs; inutile dirvi che al nostro ritorno negli scarponcini himalayani ci abbiamo trovato dei pesciolini rossi che facevano le gare di nuoto. Altrettanto inutile specificare che il giorno dopo è tornata la temperatura media di 6°C per cui sarebbero state le uniche scarpe adatte ma inutilizzabili.
Bene, vi stavo dicendo che nostro malgrado saremmo dovute scendere nei sotterranei (che in realtà sui pulsanti degli ascensori corrisponde al piano 3°, non chiedeteci perché) a fare un carico di lavatrice nonché asciugatrice. Arriviamo in un parcheggio e riusciamo a trovare la stanza “a fiuto”. Letteralmente: i bocchettoni delle asciugatrici infatti sparano nel parcheggio dei geyser aromatizzati al bucato.
Avevamo già superato l’impresa di ottenere la MensaKard, che qui a BS ti dà una specie di ius vivendi, quindi non poteva essere una cosa troppo complicata. Errato!!! Scendiamo con il nostro carico di vestiti da lavare, munite di MensaKard e detersivo. Apriamo il portone blindato che separa gli ambìti  elettrodomestici dal resto del mondo per entrare in una grande stanza lugubre nonostante i neon. Constatiamo che le macchine sono un po’ vecchiotte, non pulitissime, ma fa tutto parte dell’esperienza di vivere in un luogo inesistente. Scegliamo con cura la lavatrice, ci infiliamo dentro allegramente i nostri vestiti e…la prossima mossa sarebbe stato scegliere un programma.
…
Non ci posso credere!!! In una casa dello studente, dove su 1500 abitanti avremmo incontrato si e no 4 tedeschi e mezzo, tutti i programmi, istruzioni, tecniche di pagamento sono in tedesco!
A questo punto ci siamo affidate alla scienza: abbiamo scelto un programma non troppo lungo e a temperature poco elevate (almeno minuti e gradi sono universali) per lavare un miscuglio di colori e tessuti. M. versa una quantità media di detersivo, almeno nn ci si sbaglia. Pigia start. Silenzio. Ripigia start. Parte il ciclo di centrifugazione della macchina accanto. Ripigia? Niente. Ok, vorranno i soldi. Giusto, prima paghi poi la macchina parte. Bene, dove si paga? Ah, ecco due macchinette tipo quelle del tram attaccate alla parete, IDENTICHE TRA LORO (se non per una minuscola scritta in tedesco che noi abbiamo ignorato). 
D. infila la MensaKard in una macchinetta a caso che le comincia a fare domande molto complicate in tedesco. L’istinto le dice di pigiare ok. Parte una macchina, peccato sia un asciugatrice dall’altra parte della stanza. Il beep della macchinetta l’avverte che sono stati scalati i soldi per il ciclo di asciugatrice che ha fatto partire. Eh? Asciugatrice?! No, aspetta!!!  Adesso diventa chiaro che quella minuscola scritta serviva a capire che una macchinetta era dedicata alle asciugatrici e l’altra alle lavatrici. Bene. D. riesce a far partire la lavatrice dei loro vestiti – e non un’altra a caso, cosa non scontata – e se ne vanno.
Al loro ritorno, passato più o meno il tempo del ciclo, trovano tutte le asciugatrici occupate. Comincia allora la staffetta tra il piano 3° dell'edificio 3 al piano 10° dell’edificio 4, con intervalli di mezz’ora circa. Finalmente una macchina si libera e D.&M., sempre per il metodo scientifico adottato sopra, scelgono un programma medio: non troppo lungo, non troppo caldo.
I vestiti sono usciti mezzi. Non da strizzare ma quasi.
Da allora, noi consigliamo sempre il programma Extratröcknen. I vestiti magari richiedono una dieta da parte tua, ma almeno sono asciutti.

Il cielo in una stanza


Avete presente quando sei al decimo piano e domini le costruzioni più alte e nessuno ti sovrasta? Avete presente quanta luce entra da due finestre 2mX2m in una stanza che non sarà nemmeno 15?
Ma soprattutto…avete presente a che ora sorge il sole in primavera in Germania?
Bene, mettete tutto insieme e scoprirete che, se avete il sonno un po’ leggero, più o meno alle 5 di mattina c’è già la luminosità di mezzogiorno intorno a voi. Mai vista tanta luce. Il campeggio in confronto è l’oscurità più totale.
M. la prima mattina si sveglia più o meno alle 4 incredula e guarda D. che, indisturbata, se la dorme di gusto. Primo pensiero del terzo giorno: urge una soluzione.
M. c’è già passata, più o meno alla stessa latitudine, ma non dormiva in mezzo al cielo.

Il giorno seguente si va all’Ikea, mancavano tutto il necessarie per la cucina. M. e D. vedono delle tende stile teatro, blu, le più scure in assoluto, e le comprano insieme ad altre cose.
Morale della favola: ogni sera M. si arrampica sul termosifone e cerca sempre nuove tecniche per il fissaggio delle stesse mentre D. la sostiene da dietro sapendo benissimo che il primo giorno che non lo farà, l’altra cadrà di sicuro.

2 Maggio 2012 Secondo giorno: la casa


Secondo giorno. Ci svegliamo, occhiatina alla finestra. Vestiti. Sbagliati. Un solo pensiero: colazione. Ci addentriamo nella saletta della colazione e si apre davanti ai nostri occhi una sfilata di panini salumi affettati formaggi yogurt marmellate succhi uova. Colazione tedesca. Cominciamo a prendere un po’ di tutto, abbiamo sul tavolo dolce e salato indistintamente distribuito. Indistintamente cominciamo a mangiarlo. Ometto e lascio immaginare la “cosa” che ci offrono spacciandola per caffè. Da oggi in poi la chiameremo brodaglia.
Raccogliamo le forze, abbiamo un piano anche oggi.
Il capitolo stanze non verrà inserito, accenno solo al fatto che da gennaio abbiamo inviato a tappeto mail a tutti gli indirizzi privati e a tutte le case dello studente, compilando form dei più svariati, ma che hanno sempre prodotto un risultato nullo, nonché un crescente sconforto. Fine della storia. Adesso avevamo delle stanze assegnate dalla segreteria tedesca in due studentati differenti.
M. a una settimana dalla partenza, colta da “spirito italiano”, cerca il contatto della responsabile alloggi in un terzo studentato, più vicino al centro e meno costoso e manda una mail scavalcando le pratiche dei Form. Non spera davvero in una risposta “capirai so’ tedeschi” pensa, invece con grande sorpresa viene contattata.
Ultima casa. Per due. 26,6 mq. Non si capisce se è una stanza sola o se sono due; chiede se è possibile averla per giugno-luglio ma viene rigidamente respinta con un “ho trovato questa casa per i tre mesi che lei ha indicato. È l’ultima. Tra dieci minuti esco dall’ufficio, sarò in ufficio il 2 Maggio dalle ore 6:00”
Ricordo la festa più festa che ci sia del primo maggio in germania.
M. è sconvolta, non sa bene se dal fatto che la signora Sabine G. le abbia risposto imperterrita in tedesco o se dall’orario di lavoro della suddetta. Non ci pensa.
Parte quindi con due case in ballo, senza sapere con certezza alcunché di entrambe.
Serve un piano.
Riunione a colazione, si stabiliscono compiti e ruoli. Si è aggiunta da ieri la variabile valigia di S. che non sappiamo dove sia e quando la recapiteranno.
Prima dobbiamo impossessarci delle chiavi delle stanze.
Prima si va all’ufficio dell’appartamento dei 26,6 mq, chiediamo di persona se possiamo fissarlo per gli ultimi due mesi, poi andiamo all’altro ufficio (in un altro edificio, in un’altra strada - troppo facile se fossero stati gli stessi-), prendiamo le chiavi ai ragazzi che arriveranno la sera, chiediamo se possiamo non firmare il contratto, chiediamo se possiamo stare 4 settimane invece di 6, chiediamo altre centocinquantasei informazioni che con gli zuccheri della colazione tornano in mente.
Poi si pensa alla valigia. Ah già, le nostre valigie. Chiediamo alla signora della colazione se ce le può tenere. La signora parla solo tedesco.
Non importa, a gesti glielo chiediamo, dice di si, speriamo di aver capito. Si parte.
E da qui, con temperatura ascendente, i nostri stivaletti da montagna, golf di lana e cappotti, cominciamo la disperata traversata tra gli uffici.
È una lotta impari tra noi e la burocrazia tedesca. Si trasforma in una specie di staffetta in cui ogni volta acquistiamo un’informazione e ne perdiamo due; in cui ogni volta il passo diventa un po’ più lento e la convinzione manca.
Alla fine prendiamo le chiavi agli altri ragazzi, non firmiamo e ci rechiamo dall’altra parte per vedere la casa (di corsa, perché è un caso che si possa vedere).
Ci disperdiamo anche tra noi, per rendere tutto più complicato: I. e S. si recano al Weststadt ad intercettare la valigia dispersa.
Nel frattempo è sopraggiunta l’ora di pranzo, ma noi non possiamo arrenderci e procediamo ad intuito verso il famigerato Studentwohnung.
Ci avviciniamo ad una costruzione che ha tutta l’aria di essere stata impiantata all’incrocio tra Rebenring e Lampestrasse direttamente da un libro sulla storia sovietica di qualche decennio fa.
Suoniamo, saliamo. Ci danno una chiave di un appartamento al decimo piano (e chiaramente in fondo al corridoio).
Davanti alla porta D. esclama “Speriamo sia luminoso”. Non l’avesse mai detto.
Entriamo e ci basta un secondo per abbracciare con lo sguardo tutta la casa. Come entri è finita. Non ci diciamo niente. Ci sediamo una sul letto nel living room e una sulla sedia. Due finestre in una stanza e due nell’altra. Ciascuna 2mX2m.
Luminosa è luminosa.
Da sedute vediamo solo il cielo e l’ultima striscia dei tetti della città. Pale eoliche all’orizzonte. Campanili. Bello, pensiamo.
È piccolo, costa meno, è più vicino, ma è una doppia. Un po’ scomoda per la condivisione. In trenta secondi ci immaginiamo i nostri movimenti li dentro, ipotizziamo di mettere entrambi i letti nella camera, meglio avere due ambienti e dormire in doppia.
Silenzio.
Ci guardiamo intorno, ipotizziamo l’ipotizzabile.
La spinta finale è data dal pensiero che dobbiamo sempre prendere le valigie all’albergo e che, nel caso avessimo accettato non quella ma l’altra casa, dopo sei settimane avremmo di nuovo dovuto traslocare. Senza sapere dove.
Va bene, o la va o la spacca. 
Decidiamo che ci meritiamo un pranzo e una birra in centro, nel quale ancora non abbiamo messo piede. Alle 16 noi pranziamo e probabilmente qualche tedesco sta cenando.
Ci diamo appuntamento con le altre all’albergo e, di nuovo con le valigie alla mano, ci trasciniamo dalla parte opposta dove queste valigie, non vediamo l’ora di sistemarle.
Di nuovo cariche come muli attraversiamo la città, trasciniamo tutte le nostre cose e arriviamo all’ambita meta. Sembra fatta.
Sembra.
Mancano ancora le chiavi da distribuire agli altri ragazzi (appuntamento in piazza alle 10), la scatola con alcune cose (tipo le lenzuola) che arriva con la macchina e tre colleghi (vorrei sottolineare che con la macchina ci hanno impiegato un tempo minore del nostro per arrivare).
Mancano ancora, soprattutto, cibo e vettovaglie.
Cena fredda. Corsa all’appuntamento, saluti risate racconti brevi, letto.
Abbiamo fatto un numero di cose che normalmente si fa in sei settimane, noi siamo qui solo da due giorni.
Si va a letto. Buonanotte.
APM Studentwohnung

giovedì 17 maggio 2012

La valigia

Mi sembra che Woody Allen abbia ben descritto una situazione in cui mi sono spesso trovata: se mantieni la calma mentre tutti intorno a te hanno perso la testa, probabilmente non hai capito qual è il problema.
Dunque, così mi sono sentita durante la strenua ricerca della valigia perduta di S. all’aeroporto di Amsterdam. D., M. e I. avevano trovato le loro grazie allo scatto di I. che aveva riconosciuta la sua. Ma S. continuava a girare ellitticamente intorno al nastro distributore di valige senza proprietari. Ma S., di che colore è la tua valigia? Colorata. Eppure continuava a snobbare tutte le valigie colorate che erano state poste a terra. Quindi abbiamo deciso di indagare più a fondo. S., ma com’è fatta la tua valigia? Allora, ci risponde, è rigida ma non troppo, più piccola di questa ma più grande di questa, ci dice indicando valigie a caso in terra. E poi, continua, è tutta coperta da simbolini, tipo cuori, la mela della Apple, cose così.
Inutile dire che dopo questa descrizione D., M. e I. hanno ritenuto opportuno interrompere le loro ricerche e lasciare che S. facesse la denuncia allo sportello per bagagli dispersi nel mondo. Gliel’hanno recapitata 48h dopo al comodo orario delle 24:00. Evidentemente la valigia li aveva flashati.

La lingua

La lingua è un fattore molto importante quando si viaggia in un paese straniero. Soprattutto quando è tanto straniero come la Germania. Ma per fortuna che D. è madrelingua inglese, oltre al fatto che ha studiato ein bisschen di tedesco, e M. è una entusiasta per l’apprendimento dell’inglese. E poi, tutti dicevano che se sai l’inglese non avrai problema.
Dopo ci parlo io con tutti.
Intanto, il tedesco medio, ovvero quello con cui devi discutere per strada, al supermercato, in un negozio, in un museo, in una farmacia, all’Ikea, insomma, OVUNQUE all’infuori del dorato mondo del Technische Universität di Braunschweig, non sa l’inglese. Se lo sa, si diverte a torturarti mentre tu cerchi di mettere insieme con parole e gesti un concetto che all’origine ero molto più complesso e raffinato che, ad esempio, “io ho fame”.
Una volta che poi ti sei abituata a non capire e non essere capita, entri in un negozio ponendo con anche un po’ di noia la solita domanda “Parla inglese?”, la ragazza (di solito è una iper-deutsche, che non avresti dato due lire alla sua risposta affermativa) risponde “Of course!”. Al che di solito rimaniamo basite per qualche secondo, facendo le figure di chi ha chiesto di parlare in una lingua che effettivamente non conosceva.
Ma tutto ciò è comunque meglio che cercare di parlare in tedesco con un tedesco. Uno si prepara accuratamente le frasi, cercando di mantenere qualche punto di contatto tra quel che si dice ed una grammatica semi-corretta e poi i nostri cari amici crucchi rispondono come dei mitra nella loro lingua natia.
Un altro caso in cui s’incorre spesso è quello del tedesco/tedesca simpatizzante con spagnole/italiane (tanto per loro siamo tutte uguali), e che insiste nel parlare in tedesco nonostante le nostre proteste che non capiamo. Credo che in questo caso l’idea sia “Prima o poi capirete!”

FI-BS in sole 14:30 ore


Partiamo quando nemmeno è ancora sorto il sole da Peretola, dopo aver finito di fare i nostri traslochi mercantili da una valigia ad un bagaglio a mano sulle bilance dell’aeroporto, decidendo infine che, per spazio e tempo M. avrebbe messo la maggior parte dei libri nello zaino da trekking e rimesso giusto quei due o tre paia di mutande nella valigia. Tanto non è mai capitato niente alle valigie e poi non stiamo volando con una compagnia low cost. Sbagliatissimo.
Si parte. Il capitano Umberto fa un gran decollo, passano due ore e, al momento di cominciare a scendere, dopo un po’ che ci avvicinavamo alla terra, con tanto di bollettino meteo e orario da parte della cabina del comandante, sentiamo un altro annuncio per cui, causa temporale nubifragio fulmini tuoni e saette non ci è stato concesso la possibilità di atterrare. Voleremo sopra Amsterdam (da cui avevamo la coincidenza dopo 40 minuti) per un’oretta. Ci guardiamo in viso. Ca**o.
Vabbè pensiamo, come noi non si atterra, loro non decollano. Chiediamo conferma allo stupido steward che ci rassicura (chiediamo anche scherzando se abbiamo abbastanza benzina, ma evidentemente l’umorismo non è colto) e ratifica le nostre ipotesi: nessuno aereo sarebbe decollato.
Atterriamo tra il diluvio universale, Umberto è bravissimo, lo steward di cui sopra ci consiglia di correre per la coincidenza.
Già avevamo decretato che visto l’orario, le nostre valigie non sarebbero mai state imbarcate (M. comincia a stramaledire tutto e tutti e le sue decisioni da gretta mercante a Peretola, D. la rassicura dichiarando che ha tutte le mutande nel bagaglio a mano) e cominciamo a correre. Inutile dire che eravamo dalla parte opposta di dove dovevamo andare. Mai corso così tanto. Non so se avete presente l’estensione dell’aeroporto di Amsterdam e la configurazione planimetrica ideata per far perdere gli aerei: insomma una corsa micidiale.
Arriviamo li, tutte trafelate e l’aereo non c’è. Non è che è partito, non c’è proprio: è stato cancellato. - Ma sul cartellone amici di Amsterdam non lo scrivete, tranquilli! -
Si capisce cosa e dove dobbiamo andare (chiaramente dalla parte in cui siamo arrivate) a farci cambiare il biglietto. Inutile descrivere lo stato d’animo. Fila chilometrica, mai visto una fila così lunga. Ci mettiamo l’anima in pace e, per tiraci su di morale, decretiamo che forse per Hannover ci saranno altri voli in giornata dove ci dirotteranno. Pensiero valigie ormai abbandonato.
Dopo circa due ore e mezza di fila, una simpaticissima tipa dell’aeroporto passa tra i viaggiatori appiedati (erano stati cancellati tutti i voli KLM) per chiedere dove andavamo e ci dice, serafica come non mai, che “oggi i voli per Hannover assolutamente non ci saranno, se volete potete cambiare il biglietto aereo con uno del treno per arrivare a destinazione”. Ormai ci prende la risarella.
Chiediamo alla signorina se fosse possibile recuperare i bagagli, ma lei dice che “It’s impossible!” e non sa niente. Da povere ignoranti pensiamo che se il volo non è partito, i bagagli sono per forza nell’aeroporto. Ci dice che dobbiamo passare dal banco per la denuncia e dire loro l’indirizzo di dove ce li spediranno. Peccato che noi, un indirizzo non ce l’abbiamo.
Passiamo comunque da dove si prendono i bagagli e all’improvviso I. corre come una pazza verso un cumulo di valigie che credo giacessero lì da ormai quasi tre ore. Ci avviciniamo e troviamo tre valigie su quattro. Quella di S. non c’è verso di recuperarla. L’aeroporto, con tutti i voli cancellati è andato in tilt e siamo già fortunatissime ad aver intercettato i nostri bagagli. Aspettiamo comunque circa un’ora e mezza per capire se ci fosse la vaga possibilità di sapere dove sia l’altra valigia, come ce la spediscono e soprattutto dove. Passiamo da una hostess all’altra, tutte bionde alte e belle, forse è sempre la stessa che cambia solo posizione. Intorno a noi gente impazzita senza valigia con bambini passeggini cose case animali pianeti e chi più ne ha più ne metta. La pazzia quasi totale. Decidiamo che può bastare, ‘sta valigia non si trova, si dà un indirizzo tra quelli che abbiamo tra le mille scartoffie e si va a convertire il biglietto.
Si cambia il biglietto con quello del treno (che ve lo diciamo a fare, dopo un’altra fila) e aspettiamo altre due ore per il treno che, in “sole” quattro, ci porterà ad Hannover.
Ma non è finita qui perché dobbiamo sempre arrivare a Braunschweig. Dico solo che saremmo dovute atterrare alle 11:00 ad Hannover e invece alle 14:30 siamo sempre al binario della stazione di Amsterdam per il fatidico treno. Ricordo anche che siamo sveglie dalle 4 di mattina.
Treno, paesaggi infinitamente piatti, noi infinitamente distrutte e col pensiero che non è finita qui. Per aggiungere un ulteriore grado di difficoltà, il 1 Maggio in Germania è festa, la festa più festa che ci sia e nessuno è aperto, compreso il nostro simpaticissimo albergo della prima notte (che ormai sembra un miraggio sempre più anelato e sbiadito) che ci invia una mail con scritto che, dato che il check-in per questo giorno di festa è aperto fino alle 13:00, ci avrebbero lasciato le chiavi della stanza in una scatola con un codice dietro una porta, poi un cancello, corte, altra porta, scale porta di nuovo. Comprendiamo parole a caso perché la mail è esclusivamente in tedesco. Grazie.
Ci aspettiamo anche gli alieni ormai, tanto che può succedere d’altro. Chiediamo al capotreno (che ci convalida i biglietti una cosa come dieci volte) quando sarà il treno per Braunschweig (BS), o meglio, se c’è il treno per questa località che secondo il nostro parere ancora non esiste. Chiaramente il signore parla solo tedesco, e te lo fa capire come se tu povero idiota non parlassi questa semplicissima lingua e fosse tua la colpa, e ci dà un librettino con tutti gli orari e i treni. Grazie.
In tedesco. Grazie.
Abbiamo tre ore per capirlo. Scrutiamo i segreti delle ferrovie tedesche e comprendiamo che, una volta arrivati a Hannover, dobbiamo catapultarci al treno per Braunschweig con tutti i milioni di chili di valige che abbiamo. Abbiamo anche escogitato un piano, infallibile nella teoria, con falle ovunque nella pratica: D. scende e corre a fare i biglietti, M. scende e rimane sul binario e prende le valigie che le altre due le passano da sopra il treno; poi inversione di rotta e si fa il contrario con M. che sale sul treno e risale di nuovo le valigie su quello per BS, passate dalla banchina dalle altre due. Sarebbe ritornata D. con i biglietti e saremmo partite. Tempo per l’operazione: 13minuti.
Torna D. dicendo che un tizio delle ferrovie tedesche le ha risposto, alla domanda: “Dove posso fare i biglietti?” con un semplice “Sul treno”.
Sembra una cosa poco normale, ma ci fidiamo, ci manca solo che una di noi resti a Hannover.
In fondo, pensiamo, in questo paese che tutti osannano come il più evoluto d’Europa, si potranno fare i biglietti sul treno. Dai, non male. Niente corse affannate per una volta.
Saliamo, chiaramente tutti posti prenotati. Da brave italiane facciamo una specie di accatastamento-valigie nell’unico punto più largo del vagone ma dove sembra debbano passare tutte le persone con ogni sorta di oggetto ingombrante. Non chiediamo nemmeno più scusa, non ne possiamo più. Stiamo li, in piedi, rette solo dal pensiero “Ma perché?”. Attendiamo il signore dei biglietti.
Eccolo, è lo stesso che a D. ha detto che i biglietti si fanno sul treno.
“Biglietti?!” chiede, allungando la mano per obliterarli. Ma come, te ci hai detto che si facevano sul treno. Silenzio. D. comincia a parlare in inglese ad una velocità supersonica e il bigliettaio la guarda con attenzione, poi comincia a rifarle il verso per prenderla in giro e, ritornato serissimo dice”parlo solo tedesco”.
D. cerca di spiegarsi che dobbiamo fare il biglietto, con le uniche parole di tedesco che conosce, e ci infila: colazione, mi scusi, che ora è e non so cos’altro.
Conclusione: biglietto raddoppiato di prezzo, paghiamo, arriviamo. Sono le 20:16. Domanda che sorge spontanea: dalla stazione al centro come diamine c’andiamo? Prendiamo un tram, scendiamo, giochiamo alla caccia la tesoro con le chiavi nella scatola col codice e via dicendo, facciamo una doccia militare di trentasei secondi ciascuno e decidiamo di inoltrarci tra i posti chiusi di sicuro perché ricordo che è festa, a mangiare qualcosa. 
Il nostro ultimo pasto risale a ore indietro e soprattutto in un’altra nazione. Mangiamo in un posto all’aperto, sembra estate, pensiamo alle valigie e ai golf di lana che ci abbiamo infilato dentro, penso che non sia possibile, spero in un H&M se farà così caldo, vorremmo solo dormire, e chiaramente nel frattempo di questo giorno in viaggio che ci sembra sia durato sei settimane tutti continuano a chiedere: ma siete arrivate? Tutto bene?
Vorremmo rispondere loro: Tutto bene!!!?????? Nessuna voglia nemmeno di spiegare, rispondiamo Si.
Si ritorna in albergo. Domani sì che sarà una giornata impegnativa.
Dobbiamo trovarci una casa, litigando con quelli che ce l’hanno trovata in cui però non vogliamo andare, e capire effettivamente dove sono messe, come sono messe….con le valigie in spalla chiaramente (e seimiladuecentogradi). Meglio dormirci su.
“E’ cominciata male, non può andare peggio.”  Mai pensarlo. Mai.

Lasciate che ci presentiamo

Esistono dei momenti nella vita di ognuno di noi in cui si pensa reiteratamente all’assurdità degli avvenimenti, ringraziando per il senso dell’umorismo di cui siamo dotati. Perché è grazie proprio a questo senso dell’umorismo che le situazioni assurde non ci portano sconforto, ma anzi, diventano il sale dell’esistenza del suddetto periodo particolare. Allora, quando si ride tanto e con una certa costanza, e gli episodi di cui ridere sono molti, si pensa che dovremmo buttar giù qualcuno di questi episodi, specie se vissuti in compagnia, per non dimenticarli nel corso della lunga vita che ci aspettiamo di vivere.
È cominciato tutto così, naturalmente, che abbiamo avuto l’idea di aprire un blog, per far partecipi alle risate i nostri amici che vivono l’esperienza con noi, e quelli che sono rimasti a casa, le persone che conosciamo appena e quelli che non conosciamo proprio e in particolar modo il capitano Umberto che ci ha portati a metà strada. Grazie Umbè.
Siamo due ragazze finite veramente per caso nella ridente località inesistente di Braunschweig, Niedersaschen, Deutschland. Siamo due architetti, laureate a Firenze, con vite separate e mai tangenti fino al Novembre del 2011 quando abbiamo fatto l’esame per partecipare al dottorato internazionale di Ingegneria Civile e Ambientale. Con un po’ di incredulità, siamo entrate entrambe, in questo mondo di ingegneri a noi estraneo, e per di più con borsa. E solo dopo essere state ammesse nel programma, ci rendiamo conto di essere entrate in un vortice per cui, ve lo giuro, non esistono freni. Questo specifico programma di dottorato richiede, per una legge immodificabile se non per giustificazioni divine, un periodo di soggiorno all’estero forzato, che credo abbia subito anche Dante (solo che all’epoca la parola usata per descrivere questo periodo era più semplicemente esilio).  Chiaramente, il luogo dove trascorrere il primo periodo di esilio non è di nostra scelta, e dunque per la prima volta nella nostra vita scopriamo della esistenza (o non) di Braunschweig.
Ecco che inizia uno dei periodi più assurdi della nostra vita, a partire dal fatto che dobbiamo sì, trascorrere un periodo forzato di 3 mesi l’anno in questo non luogo (perdonatemi teorici dell’architettura per l’uso incorretto ma ben descrittivo del termine), ma è impossibile arrivarci. Inoltre M. aveva giusto giusto imparato a dire il nome di Braunschweig prima di partire. E il tedesco di D. non solo era molto arrugginito, ma consisteva in parole del tutto inutili come “mi dispiace”, “colazione”, oppure “treno”, “camera” che messe insieme non salvano nessuno da conversazioni anche semplici. Come vedrete, ridendo, si spera, con noi. E commentate, amici, commentate, siamo sempre in cerca di nuove opinioni. E ingegneri e tedeschi, o ingegneri tedeschi, non c’è da rimanerci male, anche voi avete tanto riso di noi, italiani e architetti.