giovedì 17 maggio 2012

Lasciate che ci presentiamo

Esistono dei momenti nella vita di ognuno di noi in cui si pensa reiteratamente all’assurdità degli avvenimenti, ringraziando per il senso dell’umorismo di cui siamo dotati. Perché è grazie proprio a questo senso dell’umorismo che le situazioni assurde non ci portano sconforto, ma anzi, diventano il sale dell’esistenza del suddetto periodo particolare. Allora, quando si ride tanto e con una certa costanza, e gli episodi di cui ridere sono molti, si pensa che dovremmo buttar giù qualcuno di questi episodi, specie se vissuti in compagnia, per non dimenticarli nel corso della lunga vita che ci aspettiamo di vivere.
È cominciato tutto così, naturalmente, che abbiamo avuto l’idea di aprire un blog, per far partecipi alle risate i nostri amici che vivono l’esperienza con noi, e quelli che sono rimasti a casa, le persone che conosciamo appena e quelli che non conosciamo proprio e in particolar modo il capitano Umberto che ci ha portati a metà strada. Grazie Umbè.
Siamo due ragazze finite veramente per caso nella ridente località inesistente di Braunschweig, Niedersaschen, Deutschland. Siamo due architetti, laureate a Firenze, con vite separate e mai tangenti fino al Novembre del 2011 quando abbiamo fatto l’esame per partecipare al dottorato internazionale di Ingegneria Civile e Ambientale. Con un po’ di incredulità, siamo entrate entrambe, in questo mondo di ingegneri a noi estraneo, e per di più con borsa. E solo dopo essere state ammesse nel programma, ci rendiamo conto di essere entrate in un vortice per cui, ve lo giuro, non esistono freni. Questo specifico programma di dottorato richiede, per una legge immodificabile se non per giustificazioni divine, un periodo di soggiorno all’estero forzato, che credo abbia subito anche Dante (solo che all’epoca la parola usata per descrivere questo periodo era più semplicemente esilio).  Chiaramente, il luogo dove trascorrere il primo periodo di esilio non è di nostra scelta, e dunque per la prima volta nella nostra vita scopriamo della esistenza (o non) di Braunschweig.
Ecco che inizia uno dei periodi più assurdi della nostra vita, a partire dal fatto che dobbiamo sì, trascorrere un periodo forzato di 3 mesi l’anno in questo non luogo (perdonatemi teorici dell’architettura per l’uso incorretto ma ben descrittivo del termine), ma è impossibile arrivarci. Inoltre M. aveva giusto giusto imparato a dire il nome di Braunschweig prima di partire. E il tedesco di D. non solo era molto arrugginito, ma consisteva in parole del tutto inutili come “mi dispiace”, “colazione”, oppure “treno”, “camera” che messe insieme non salvano nessuno da conversazioni anche semplici. Come vedrete, ridendo, si spera, con noi. E commentate, amici, commentate, siamo sempre in cerca di nuove opinioni. E ingegneri e tedeschi, o ingegneri tedeschi, non c’è da rimanerci male, anche voi avete tanto riso di noi, italiani e architetti.  

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