Secondo giorno. Ci svegliamo, occhiatina
alla finestra. Vestiti. Sbagliati. Un solo pensiero: colazione. Ci addentriamo
nella saletta della colazione e si apre davanti ai nostri occhi una sfilata di
panini salumi affettati formaggi yogurt marmellate succhi uova. Colazione
tedesca. Cominciamo a prendere un po’ di tutto, abbiamo sul tavolo dolce e
salato indistintamente distribuito. Indistintamente cominciamo a mangiarlo.
Ometto e lascio immaginare la “cosa” che ci offrono spacciandola per caffè. Da
oggi in poi la chiameremo brodaglia.
Raccogliamo le forze, abbiamo un
piano anche oggi.
Il capitolo stanze non verrà
inserito, accenno solo al fatto che da gennaio abbiamo inviato a tappeto mail a
tutti gli indirizzi privati e a tutte le case dello studente, compilando form
dei più svariati, ma che hanno sempre prodotto un risultato nullo, nonché un
crescente sconforto. Fine della storia. Adesso avevamo delle stanze assegnate
dalla segreteria tedesca in due studentati differenti.
M. a una settimana dalla partenza,
colta da “spirito italiano”, cerca il contatto della responsabile alloggi in un
terzo studentato, più vicino al centro e meno costoso e manda una mail
scavalcando le pratiche dei Form. Non spera davvero in una risposta “capirai
so’ tedeschi” pensa, invece con grande sorpresa viene contattata.
Ultima casa. Per due. 26,6 mq.
Non si capisce se è una stanza sola o se sono due; chiede se è possibile averla
per giugno-luglio ma viene rigidamente respinta con un “ho trovato questa casa
per i tre mesi che lei ha indicato. È l’ultima. Tra dieci minuti esco
dall’ufficio, sarò in ufficio il 2 Maggio dalle ore 6:00”
Ricordo la festa più festa che ci
sia del primo maggio in germania.
M. è sconvolta, non sa bene se
dal fatto che la signora Sabine G. le abbia risposto imperterrita in tedesco o
se dall’orario di lavoro della suddetta. Non ci pensa.
Parte quindi con due case in
ballo, senza sapere con certezza alcunché di entrambe.
Serve un piano.
Riunione a colazione, si
stabiliscono compiti e ruoli. Si è aggiunta da ieri la variabile valigia di S.
che non sappiamo dove sia e quando la recapiteranno.
Prima dobbiamo impossessarci
delle chiavi delle stanze.
Prima si va all’ufficio
dell’appartamento dei 26,6 mq, chiediamo di persona se possiamo fissarlo per
gli ultimi due mesi, poi andiamo all’altro ufficio (in un altro edificio, in
un’altra strada - troppo facile se fossero stati gli stessi-), prendiamo le
chiavi ai ragazzi che arriveranno la sera, chiediamo se possiamo non firmare il
contratto, chiediamo se possiamo stare 4 settimane invece di 6, chiediamo altre
centocinquantasei informazioni che con gli zuccheri della colazione tornano in
mente.
Poi si pensa alla valigia. Ah
già, le nostre valigie. Chiediamo alla signora della colazione se ce le può
tenere. La signora parla solo tedesco.
Non importa, a gesti glielo
chiediamo, dice di si, speriamo di aver capito. Si parte.
E da qui, con temperatura
ascendente, i nostri stivaletti da montagna, golf di lana e cappotti,
cominciamo la disperata traversata tra gli uffici.
È una lotta impari tra noi e la
burocrazia tedesca. Si trasforma in una specie di staffetta in cui ogni volta
acquistiamo un’informazione e ne perdiamo due; in cui ogni volta il passo
diventa un po’ più lento e la convinzione manca.
Alla fine prendiamo le chiavi
agli altri ragazzi, non firmiamo e ci rechiamo dall’altra parte per vedere la
casa (di corsa, perché è un caso che si possa vedere).
Ci disperdiamo anche tra noi, per
rendere tutto più complicato: I. e S. si recano al Weststadt ad intercettare la
valigia dispersa.
Nel frattempo è sopraggiunta
l’ora di pranzo, ma noi non possiamo arrenderci e procediamo ad intuito verso
il famigerato Studentwohnung.
Ci avviciniamo ad una costruzione
che ha tutta l’aria di essere stata impiantata all’incrocio tra Rebenring e Lampestrasse
direttamente da un libro sulla storia sovietica di qualche decennio fa.
Suoniamo, saliamo. Ci danno una
chiave di un appartamento al decimo piano (e chiaramente in fondo al corridoio).
Davanti alla porta D. esclama
“Speriamo sia luminoso”. Non l’avesse mai detto.
Entriamo e ci basta un secondo
per abbracciare con lo sguardo tutta la casa. Come entri è finita. Non ci
diciamo niente. Ci sediamo una sul letto nel living room e una sulla sedia. Due
finestre in una stanza e due nell’altra. Ciascuna 2mX2m.
Luminosa è luminosa.
Da sedute vediamo solo il cielo e
l’ultima striscia dei tetti della città. Pale eoliche all’orizzonte. Campanili.
Bello, pensiamo.
È piccolo, costa meno, è più
vicino, ma è una doppia. Un po’ scomoda per la condivisione. In trenta secondi
ci immaginiamo i nostri movimenti li dentro, ipotizziamo di mettere entrambi i
letti nella camera, meglio avere due ambienti e dormire in doppia.
Silenzio.
Ci guardiamo intorno, ipotizziamo
l’ipotizzabile.
La spinta finale è data dal
pensiero che dobbiamo sempre prendere le valigie all’albergo e che, nel caso
avessimo accettato non quella ma l’altra casa, dopo sei settimane avremmo di
nuovo dovuto traslocare. Senza sapere dove.
Va bene, o la va o la
spacca.
Decidiamo che ci meritiamo un
pranzo e una birra in centro, nel quale ancora non abbiamo messo piede. Alle 16
noi pranziamo e probabilmente qualche tedesco sta cenando.
Ci diamo appuntamento con le
altre all’albergo e, di nuovo con le valigie alla mano, ci trasciniamo dalla
parte opposta dove queste valigie, non vediamo l’ora di sistemarle.
Di nuovo cariche come muli
attraversiamo la città, trasciniamo tutte le nostre cose e arriviamo all’ambita
meta. Sembra fatta.
Sembra.
Mancano ancora le chiavi da
distribuire agli altri ragazzi (appuntamento in piazza alle 10), la scatola con
alcune cose (tipo le lenzuola) che arriva con la macchina e tre colleghi
(vorrei sottolineare che con la macchina ci hanno impiegato un tempo minore del
nostro per arrivare).
Mancano ancora, soprattutto, cibo
e vettovaglie.
Cena fredda. Corsa
all’appuntamento, saluti risate racconti brevi, letto.
Abbiamo fatto un numero di cose
che normalmente si fa in sei settimane, noi siamo qui solo da due giorni.
Si va a letto. Buonanotte.
 |
| APM Studentwohnung |