giovedì 17 maggio 2012

La valigia

Mi sembra che Woody Allen abbia ben descritto una situazione in cui mi sono spesso trovata: se mantieni la calma mentre tutti intorno a te hanno perso la testa, probabilmente non hai capito qual è il problema.
Dunque, così mi sono sentita durante la strenua ricerca della valigia perduta di S. all’aeroporto di Amsterdam. D., M. e I. avevano trovato le loro grazie allo scatto di I. che aveva riconosciuta la sua. Ma S. continuava a girare ellitticamente intorno al nastro distributore di valige senza proprietari. Ma S., di che colore è la tua valigia? Colorata. Eppure continuava a snobbare tutte le valigie colorate che erano state poste a terra. Quindi abbiamo deciso di indagare più a fondo. S., ma com’è fatta la tua valigia? Allora, ci risponde, è rigida ma non troppo, più piccola di questa ma più grande di questa, ci dice indicando valigie a caso in terra. E poi, continua, è tutta coperta da simbolini, tipo cuori, la mela della Apple, cose così.
Inutile dire che dopo questa descrizione D., M. e I. hanno ritenuto opportuno interrompere le loro ricerche e lasciare che S. facesse la denuncia allo sportello per bagagli dispersi nel mondo. Gliel’hanno recapitata 48h dopo al comodo orario delle 24:00. Evidentemente la valigia li aveva flashati.

La lingua

La lingua è un fattore molto importante quando si viaggia in un paese straniero. Soprattutto quando è tanto straniero come la Germania. Ma per fortuna che D. è madrelingua inglese, oltre al fatto che ha studiato ein bisschen di tedesco, e M. è una entusiasta per l’apprendimento dell’inglese. E poi, tutti dicevano che se sai l’inglese non avrai problema.
Dopo ci parlo io con tutti.
Intanto, il tedesco medio, ovvero quello con cui devi discutere per strada, al supermercato, in un negozio, in un museo, in una farmacia, all’Ikea, insomma, OVUNQUE all’infuori del dorato mondo del Technische Universität di Braunschweig, non sa l’inglese. Se lo sa, si diverte a torturarti mentre tu cerchi di mettere insieme con parole e gesti un concetto che all’origine ero molto più complesso e raffinato che, ad esempio, “io ho fame”.
Una volta che poi ti sei abituata a non capire e non essere capita, entri in un negozio ponendo con anche un po’ di noia la solita domanda “Parla inglese?”, la ragazza (di solito è una iper-deutsche, che non avresti dato due lire alla sua risposta affermativa) risponde “Of course!”. Al che di solito rimaniamo basite per qualche secondo, facendo le figure di chi ha chiesto di parlare in una lingua che effettivamente non conosceva.
Ma tutto ciò è comunque meglio che cercare di parlare in tedesco con un tedesco. Uno si prepara accuratamente le frasi, cercando di mantenere qualche punto di contatto tra quel che si dice ed una grammatica semi-corretta e poi i nostri cari amici crucchi rispondono come dei mitra nella loro lingua natia.
Un altro caso in cui s’incorre spesso è quello del tedesco/tedesca simpatizzante con spagnole/italiane (tanto per loro siamo tutte uguali), e che insiste nel parlare in tedesco nonostante le nostre proteste che non capiamo. Credo che in questo caso l’idea sia “Prima o poi capirete!”

FI-BS in sole 14:30 ore


Partiamo quando nemmeno è ancora sorto il sole da Peretola, dopo aver finito di fare i nostri traslochi mercantili da una valigia ad un bagaglio a mano sulle bilance dell’aeroporto, decidendo infine che, per spazio e tempo M. avrebbe messo la maggior parte dei libri nello zaino da trekking e rimesso giusto quei due o tre paia di mutande nella valigia. Tanto non è mai capitato niente alle valigie e poi non stiamo volando con una compagnia low cost. Sbagliatissimo.
Si parte. Il capitano Umberto fa un gran decollo, passano due ore e, al momento di cominciare a scendere, dopo un po’ che ci avvicinavamo alla terra, con tanto di bollettino meteo e orario da parte della cabina del comandante, sentiamo un altro annuncio per cui, causa temporale nubifragio fulmini tuoni e saette non ci è stato concesso la possibilità di atterrare. Voleremo sopra Amsterdam (da cui avevamo la coincidenza dopo 40 minuti) per un’oretta. Ci guardiamo in viso. Ca**o.
Vabbè pensiamo, come noi non si atterra, loro non decollano. Chiediamo conferma allo stupido steward che ci rassicura (chiediamo anche scherzando se abbiamo abbastanza benzina, ma evidentemente l’umorismo non è colto) e ratifica le nostre ipotesi: nessuno aereo sarebbe decollato.
Atterriamo tra il diluvio universale, Umberto è bravissimo, lo steward di cui sopra ci consiglia di correre per la coincidenza.
Già avevamo decretato che visto l’orario, le nostre valigie non sarebbero mai state imbarcate (M. comincia a stramaledire tutto e tutti e le sue decisioni da gretta mercante a Peretola, D. la rassicura dichiarando che ha tutte le mutande nel bagaglio a mano) e cominciamo a correre. Inutile dire che eravamo dalla parte opposta di dove dovevamo andare. Mai corso così tanto. Non so se avete presente l’estensione dell’aeroporto di Amsterdam e la configurazione planimetrica ideata per far perdere gli aerei: insomma una corsa micidiale.
Arriviamo li, tutte trafelate e l’aereo non c’è. Non è che è partito, non c’è proprio: è stato cancellato. - Ma sul cartellone amici di Amsterdam non lo scrivete, tranquilli! -
Si capisce cosa e dove dobbiamo andare (chiaramente dalla parte in cui siamo arrivate) a farci cambiare il biglietto. Inutile descrivere lo stato d’animo. Fila chilometrica, mai visto una fila così lunga. Ci mettiamo l’anima in pace e, per tiraci su di morale, decretiamo che forse per Hannover ci saranno altri voli in giornata dove ci dirotteranno. Pensiero valigie ormai abbandonato.
Dopo circa due ore e mezza di fila, una simpaticissima tipa dell’aeroporto passa tra i viaggiatori appiedati (erano stati cancellati tutti i voli KLM) per chiedere dove andavamo e ci dice, serafica come non mai, che “oggi i voli per Hannover assolutamente non ci saranno, se volete potete cambiare il biglietto aereo con uno del treno per arrivare a destinazione”. Ormai ci prende la risarella.
Chiediamo alla signorina se fosse possibile recuperare i bagagli, ma lei dice che “It’s impossible!” e non sa niente. Da povere ignoranti pensiamo che se il volo non è partito, i bagagli sono per forza nell’aeroporto. Ci dice che dobbiamo passare dal banco per la denuncia e dire loro l’indirizzo di dove ce li spediranno. Peccato che noi, un indirizzo non ce l’abbiamo.
Passiamo comunque da dove si prendono i bagagli e all’improvviso I. corre come una pazza verso un cumulo di valigie che credo giacessero lì da ormai quasi tre ore. Ci avviciniamo e troviamo tre valigie su quattro. Quella di S. non c’è verso di recuperarla. L’aeroporto, con tutti i voli cancellati è andato in tilt e siamo già fortunatissime ad aver intercettato i nostri bagagli. Aspettiamo comunque circa un’ora e mezza per capire se ci fosse la vaga possibilità di sapere dove sia l’altra valigia, come ce la spediscono e soprattutto dove. Passiamo da una hostess all’altra, tutte bionde alte e belle, forse è sempre la stessa che cambia solo posizione. Intorno a noi gente impazzita senza valigia con bambini passeggini cose case animali pianeti e chi più ne ha più ne metta. La pazzia quasi totale. Decidiamo che può bastare, ‘sta valigia non si trova, si dà un indirizzo tra quelli che abbiamo tra le mille scartoffie e si va a convertire il biglietto.
Si cambia il biglietto con quello del treno (che ve lo diciamo a fare, dopo un’altra fila) e aspettiamo altre due ore per il treno che, in “sole” quattro, ci porterà ad Hannover.
Ma non è finita qui perché dobbiamo sempre arrivare a Braunschweig. Dico solo che saremmo dovute atterrare alle 11:00 ad Hannover e invece alle 14:30 siamo sempre al binario della stazione di Amsterdam per il fatidico treno. Ricordo anche che siamo sveglie dalle 4 di mattina.
Treno, paesaggi infinitamente piatti, noi infinitamente distrutte e col pensiero che non è finita qui. Per aggiungere un ulteriore grado di difficoltà, il 1 Maggio in Germania è festa, la festa più festa che ci sia e nessuno è aperto, compreso il nostro simpaticissimo albergo della prima notte (che ormai sembra un miraggio sempre più anelato e sbiadito) che ci invia una mail con scritto che, dato che il check-in per questo giorno di festa è aperto fino alle 13:00, ci avrebbero lasciato le chiavi della stanza in una scatola con un codice dietro una porta, poi un cancello, corte, altra porta, scale porta di nuovo. Comprendiamo parole a caso perché la mail è esclusivamente in tedesco. Grazie.
Ci aspettiamo anche gli alieni ormai, tanto che può succedere d’altro. Chiediamo al capotreno (che ci convalida i biglietti una cosa come dieci volte) quando sarà il treno per Braunschweig (BS), o meglio, se c’è il treno per questa località che secondo il nostro parere ancora non esiste. Chiaramente il signore parla solo tedesco, e te lo fa capire come se tu povero idiota non parlassi questa semplicissima lingua e fosse tua la colpa, e ci dà un librettino con tutti gli orari e i treni. Grazie.
In tedesco. Grazie.
Abbiamo tre ore per capirlo. Scrutiamo i segreti delle ferrovie tedesche e comprendiamo che, una volta arrivati a Hannover, dobbiamo catapultarci al treno per Braunschweig con tutti i milioni di chili di valige che abbiamo. Abbiamo anche escogitato un piano, infallibile nella teoria, con falle ovunque nella pratica: D. scende e corre a fare i biglietti, M. scende e rimane sul binario e prende le valigie che le altre due le passano da sopra il treno; poi inversione di rotta e si fa il contrario con M. che sale sul treno e risale di nuovo le valigie su quello per BS, passate dalla banchina dalle altre due. Sarebbe ritornata D. con i biglietti e saremmo partite. Tempo per l’operazione: 13minuti.
Torna D. dicendo che un tizio delle ferrovie tedesche le ha risposto, alla domanda: “Dove posso fare i biglietti?” con un semplice “Sul treno”.
Sembra una cosa poco normale, ma ci fidiamo, ci manca solo che una di noi resti a Hannover.
In fondo, pensiamo, in questo paese che tutti osannano come il più evoluto d’Europa, si potranno fare i biglietti sul treno. Dai, non male. Niente corse affannate per una volta.
Saliamo, chiaramente tutti posti prenotati. Da brave italiane facciamo una specie di accatastamento-valigie nell’unico punto più largo del vagone ma dove sembra debbano passare tutte le persone con ogni sorta di oggetto ingombrante. Non chiediamo nemmeno più scusa, non ne possiamo più. Stiamo li, in piedi, rette solo dal pensiero “Ma perché?”. Attendiamo il signore dei biglietti.
Eccolo, è lo stesso che a D. ha detto che i biglietti si fanno sul treno.
“Biglietti?!” chiede, allungando la mano per obliterarli. Ma come, te ci hai detto che si facevano sul treno. Silenzio. D. comincia a parlare in inglese ad una velocità supersonica e il bigliettaio la guarda con attenzione, poi comincia a rifarle il verso per prenderla in giro e, ritornato serissimo dice”parlo solo tedesco”.
D. cerca di spiegarsi che dobbiamo fare il biglietto, con le uniche parole di tedesco che conosce, e ci infila: colazione, mi scusi, che ora è e non so cos’altro.
Conclusione: biglietto raddoppiato di prezzo, paghiamo, arriviamo. Sono le 20:16. Domanda che sorge spontanea: dalla stazione al centro come diamine c’andiamo? Prendiamo un tram, scendiamo, giochiamo alla caccia la tesoro con le chiavi nella scatola col codice e via dicendo, facciamo una doccia militare di trentasei secondi ciascuno e decidiamo di inoltrarci tra i posti chiusi di sicuro perché ricordo che è festa, a mangiare qualcosa. 
Il nostro ultimo pasto risale a ore indietro e soprattutto in un’altra nazione. Mangiamo in un posto all’aperto, sembra estate, pensiamo alle valigie e ai golf di lana che ci abbiamo infilato dentro, penso che non sia possibile, spero in un H&M se farà così caldo, vorremmo solo dormire, e chiaramente nel frattempo di questo giorno in viaggio che ci sembra sia durato sei settimane tutti continuano a chiedere: ma siete arrivate? Tutto bene?
Vorremmo rispondere loro: Tutto bene!!!?????? Nessuna voglia nemmeno di spiegare, rispondiamo Si.
Si ritorna in albergo. Domani sì che sarà una giornata impegnativa.
Dobbiamo trovarci una casa, litigando con quelli che ce l’hanno trovata in cui però non vogliamo andare, e capire effettivamente dove sono messe, come sono messe….con le valigie in spalla chiaramente (e seimiladuecentogradi). Meglio dormirci su.
“E’ cominciata male, non può andare peggio.”  Mai pensarlo. Mai.

Lasciate che ci presentiamo

Esistono dei momenti nella vita di ognuno di noi in cui si pensa reiteratamente all’assurdità degli avvenimenti, ringraziando per il senso dell’umorismo di cui siamo dotati. Perché è grazie proprio a questo senso dell’umorismo che le situazioni assurde non ci portano sconforto, ma anzi, diventano il sale dell’esistenza del suddetto periodo particolare. Allora, quando si ride tanto e con una certa costanza, e gli episodi di cui ridere sono molti, si pensa che dovremmo buttar giù qualcuno di questi episodi, specie se vissuti in compagnia, per non dimenticarli nel corso della lunga vita che ci aspettiamo di vivere.
È cominciato tutto così, naturalmente, che abbiamo avuto l’idea di aprire un blog, per far partecipi alle risate i nostri amici che vivono l’esperienza con noi, e quelli che sono rimasti a casa, le persone che conosciamo appena e quelli che non conosciamo proprio e in particolar modo il capitano Umberto che ci ha portati a metà strada. Grazie Umbè.
Siamo due ragazze finite veramente per caso nella ridente località inesistente di Braunschweig, Niedersaschen, Deutschland. Siamo due architetti, laureate a Firenze, con vite separate e mai tangenti fino al Novembre del 2011 quando abbiamo fatto l’esame per partecipare al dottorato internazionale di Ingegneria Civile e Ambientale. Con un po’ di incredulità, siamo entrate entrambe, in questo mondo di ingegneri a noi estraneo, e per di più con borsa. E solo dopo essere state ammesse nel programma, ci rendiamo conto di essere entrate in un vortice per cui, ve lo giuro, non esistono freni. Questo specifico programma di dottorato richiede, per una legge immodificabile se non per giustificazioni divine, un periodo di soggiorno all’estero forzato, che credo abbia subito anche Dante (solo che all’epoca la parola usata per descrivere questo periodo era più semplicemente esilio).  Chiaramente, il luogo dove trascorrere il primo periodo di esilio non è di nostra scelta, e dunque per la prima volta nella nostra vita scopriamo della esistenza (o non) di Braunschweig.
Ecco che inizia uno dei periodi più assurdi della nostra vita, a partire dal fatto che dobbiamo sì, trascorrere un periodo forzato di 3 mesi l’anno in questo non luogo (perdonatemi teorici dell’architettura per l’uso incorretto ma ben descrittivo del termine), ma è impossibile arrivarci. Inoltre M. aveva giusto giusto imparato a dire il nome di Braunschweig prima di partire. E il tedesco di D. non solo era molto arrugginito, ma consisteva in parole del tutto inutili come “mi dispiace”, “colazione”, oppure “treno”, “camera” che messe insieme non salvano nessuno da conversazioni anche semplici. Come vedrete, ridendo, si spera, con noi. E commentate, amici, commentate, siamo sempre in cerca di nuove opinioni. E ingegneri e tedeschi, o ingegneri tedeschi, non c’è da rimanerci male, anche voi avete tanto riso di noi, italiani e architetti.